Catania, via Firenze 229 B/C. Dietro la vetrina convivono una galleria d’arte, una casa d’aste con piattaforma digitale e uno spazio per talk e workshop: si chiama Fil Rouge Project, è nato nel 2023 ed è il progetto di Marta Emilia Di Mauro e Claudia Cannizzo, due professioniste che dopo gli studi a Venezia e le esperienze all’estero hanno scelto di rientrare e di fare impresa nella loro città.
A trasformare l’idea in un’attività è stato Resto al Sud. L’iter, dalla domanda al saldo, l’ha seguito JO Consulting. Lo scorso 22 luglio è arrivato l’ultimo tassello: l’accredito finale e un ulteriore contributo a fondo perduto di 20 mila euro a sostegno dell’attività.
Le abbiamo incontrate per farci raccontare com’è andata davvero.
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Intervista a Marta Di Mauro e Claudia Cannizzo
Marta, Claudia: prima i Beni culturali all’Università di Catania, poi la Magistrale in Economia e Gestione delle Arti a Venezia, poi le esperienze all’estero. A quel punto, in tanti restano dove sono. Voi avete scelto di riportare quel bagaglio in Sicilia e di aprire proprio a Catania, in via Firenze. Cos’è che vi ha fatto dire “si fa qui”? E quanto ha pesato, in quella decisione, sapere che esisteva uno strumento come Resto al Sud a sostenere chi torna?
La mia [parla Claudia] esperienza all’estero, in realtà, è stata interrotta dall’arrivo del Covid. Ai tempi non sapevo se sarei tornata o meno a Catania. Però una volta rientrata, ho cominciato a riprendere coscienza della mia città e del suo potenziale inespresso, così ho pensato che creare qualcosa di mio, vicino alle persone a cui tengo, fosse una buona idea. Marta, una volta rientrata, aveva lo stesso desiderio e allora abbiamo pensato di creare qualcosa di bello e, speriamo, il più duraturo possibile.
Abbiamo deciso di investire sul nostro territorio e, in particolare, sui nostri artisti. Inoltre, sapere che esistono strumenti come Resto al Sud ci ha consentito di superare molte paure, legate principalmente all’aspetto economico e della sostenibilità aziendale.
Fil Rouge Project non è soltanto una galleria: sotto lo stesso tetto convivono uno spazio fisico per mostre, talk e workshop e una casa d’aste digitale. È un modello duale che richiede investimenti molto diversi tra loro (allestimenti da una parte, infrastruttura tecnologica dall’altra). Come siete arrivate a questa formula ibrida e quali voci del vostro programma di spesa, senza un sostegno pubblico, sarebbero rimaste sulla carta?
L’origine di questa multifunzionalità risiede nella differenza dei nostri percorsi. Claudia [parla Marta], appassionata al mondo delle aste e degli investimenti con differenti esperienze in quest’ambito; io, con una forte conoscenza del mondo delle gallerie d’arte. Ci siamo domandate “perché scegliere?” quando potevamo creare qualcosa di innovativo che unisse differenti ambiti di interesse, dando vita a un hub culturale; a quest’ultimo aspetto ci teniamo molto, perché vogliamo che Fil Rouge sia il più possibile una realtà aperta per la città, che viva delle connessioni e degli stimoli dei partecipanti.
Sicuramente, più il progetto si ampliava, più voci di spesa si aggiungevano e senza un sostegno pubblico avremmo avuto difficoltà, a partire dall’affitto fino ad arrivare a forniture, server e molto altro.
Resto al Sud sembra un bando lineare: si presenta la domanda e si aspetta. Nella realtà è un percorso lungo anni, fatto di business plan, ammissione, rendicontazione, controlli e saldo; nel vostro caso un programma di spesa che a consuntivo vale più di 60 mila euro. Quando vi siete affidate a JO Consulting, cosa vi aspettavate? E cosa avete scoperto strada facendo che, da sole, non avreste nemmeno immaginato di dover gestire?
Resto al Sud è tutt’altro che un percorso semplice, a dire il vero più volte ci siamo scontrate con la burocrazia e la lentezza che spesso accompagna la concessione di questo tipo di finanziamenti. Non neghiamo di avere spesso pensato che non saremmo riuscite mai ad ottenere la somma richiesta e alla fine abbiamo anche scelto di ridimensionare il progetto in vista delle specificità del bando.
È stato in quel momento che abbiamo deciso di affidarci alla JO Consulting, nella speranza di essere accompagnate, principalmente, nella fase di raccolta dei documenti per presentare la domanda. Ovviamente, la collaborazione non si è limitata solo alla fase iniziale, ma al contrario JO Consulting ci ha accompagnate nell’effettivo ottenimento dell’approvazione del progetto, aiutandoci per ogni modifica apportata o per ogni documento richiesto fino alla fine, cioè il 22 luglio 2026 quando abbiamo ottenuto l’ultimo accredito e il contributo a fondo perduto aggiuntivo di 20 mila euro.
Come avete detto, il 22 luglio scorso è arrivata la comunicazione che chiude il cerchio: l’accredito del saldo e, insieme, un ulteriore contributo a fondo perduto di 20 mila euro a sostegno della liquidità, previsto dal Decreto Rilancio per chi ha completato correttamente il programma di spesa. È una misura di cui non tutti i beneficiari sono consapevoli, perché arriva alla fine del percorso, quando l’attenzione è ormai tutta sull’attività quotidiana. Che effetto vi ha fatto quella comunicazione? E, molto concretamente, cosa cambia avere 20 mila euro in più di capitale circolante che non vanno restituiti, per una realtà giovane come la vostra?
Grazie alla JO Consulting eravamo a conoscenza di questa possibilità e ci abbiamo sperato fino alla fine. Abbiamo lavorato affinché ogni cosa fosse fatta al meglio per arrivare al colloquio finale, proprio in occasione dell’ultimo saldo e pronte a dimostrare il valore di ciò che stiamo costruendo.
Non abbiamo subito avuto riscontro sull’ottenimento dei 20 mila euro aggiuntivi, ma una volta ricevuta la comunicazione è stata una vera e propria boccata d’aria fresca, perché avere un altro sostegno a percorso ormai concluso e soprattutto senza vincoli di restituzione ci permette, oggi, di portare avanti il nostro lavoro con più serenità e meno stress legato alle scadenze e ai costi che mensilmente gestiamo. Infine, umanamente è un riconoscimento che ci rende fiere e ci fa capire quanto il nostro lavoro venga apprezzato.
Con “New Life” avete portato in galleria il riciclo dei materiali come linguaggio espressivo e critica socio-ambientale; con workshop, talk e seminari avete aperto l’arte anche a chi non è del settore. Avete raccontato che a Catania sta crescendo un fervore culturale soprattutto tra i giovani. Dall’inaugurazione della sede di via Firenze a oggi, quel fervore lo state vedendo davvero? Chi varca la vostra soglia, chi partecipa alle aste online… cosa vi ha sorpreso di più del pubblico siciliano?
Confermiamo che in città c’è una gran curiosità, soprattutto nella fascia di età dai 25 in su. Comprendiamo però quanto sia necessario creare un’offerta di laboratori e workshop che possano portare la gente ad entrare dentro questo spazio.
Una volta dentro Fil Rouge, le persone non solo hanno modo di “mettere le mani in pasta”, ma cominciano a capire cosa rappresenti veramente questo luogo e quali opportunità ha da offrire. Inoltre, secondo noi, i giovani sono più sensibili alla cultura: crescono con un’apertura mentale diversa, grazie alle esperienze maturate sia in Italia che all’estero. Forse, anche per questo la mostra “New Life” è stata un successo, perché si è focalizzata su tematiche contemporanee, che ci portano a credere a un futuro più “fruibile” per i giovani. E non solo i giovani, anche gli adulti, pian piano stanno capendo quanto, dal punto di vista artistico, uno spazio del genere possa aprire a nuove visioni, facendo scoprire un panorama siciliano fino ad ora non molto conosciuto.
Una possibilità importante, ad esempio, è quella di poter rivalutare i propri beni artistici; questi, dopo essere stati valutati, possono essere venduti tramite la nostra realtà. Fin da subito abbiamo visto come si sia innescato quel famoso “passaparola” che oggi ci permette di essere riconoscibili e di andare di pari passo con la richiesta del pubblico, rendendo Fil Rouge uno spazio sempre in divenire, che vive della curiosità e della necessità di scoprire il bello che Catania ha da offrire.
Ultima domanda: vi chiediamo di rivolgerla direttamente a chi legge. A una ragazza o a un ragazzo che oggi, in Sicilia, ha un’idea d’impresa in testa e continua a rimandarla perché “tanto qui non si può fare”, o semplicemente perché non sa da dove si comincia con i bandi, cosa dite? E quanto conta la scelta di non provare a fare tutto da soli?
Capiamo perfettamente il sentimento e la paura del “tanto qui non si può fare” avendola vissuta in prima persona, però quello che ci sentiamo di dire è che: è meglio tentare ora, quando si è giovani e si ha la forza di lottare per i propri sogni e progetti.
Procrastinare adesso rischia di non farci mai arrivare al momento giusto. Crediamo che, anche nel peggiore dei casi, se un progetto dovesse andare male, è giusto aver tentato, averci creduto, perché essendo ancora giovani si ha il tempo di ricominciare.
Da grandi lanciarsi è più difficile. Inoltre, non bisogna partire dal presupposto che “tanto qui non si può fare”. Questo concetto nasce perché finora pochi sono quelli che ci hanno tentato davvero; un grazie, invece, va a coloro che hanno resistito e stanno investendo a Catania e, più in generale, in Sicilia, un’Isola che può diventare un luogo da dove non bisogna più finalmente scappare, ma dove si può provare a costruire insieme qualcosa. Noi eravamo andate via, ma siamo tornate e oggi spendiamo le nostre conoscenze per questa terra.



